lunedì 12 novembre 2007
"Enzo Biagi: lo ha fatto per interesse o credo?"
Riporto qui sotto un pezzo apparso di recente sul passato di E. Biagi. Lo pubblico perché credo nel diritto a conoscere. Ció nonostante sono convinto che il dibattito sul passato di una persona cosí influente nel giornalismo italiano si sia dovuto svolgere ancora quando questa in vita. Non conosco abbastanza gli scritti di Biagi per sapere se abbia mai fatto i conti con il suo passato, con l'immondizia a cui ha partecipato e né sapró mai se in cuor suo Biagi abbia taciuto questo servilismo bacato (se ideologico) e vergognoso (se ipocrita) per interesse o per vergogna.
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Il passato antisemita di Enzo Biagi
"La memoria selettiva di Enzo Biagi"
di Gaspare De Caro e Roberto De Caro
Nell'intervista concessa a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull'edizione bolognese di Repubblica, Enzo Biagi racconta che «Giorgio Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontrò Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destituì», cioè poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: «Lei in quei giorni scelse i partigiani». Biagi non fa una piega: «E mi trovai con gente di ogni classe...». Non è certo la prima volta che l'illustre giornalista glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto «in quei giorni» che «scelse i partigiani», poiché qui le date contano e l'omissione non è innocente.
In virtù della parentela con il cugino Bruno Biagi - potente ras fascista, deputato dal '34, presidente della Commissione industria della Camera dei fasci e dell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle Corporazioni -, Enzo Marco (così firmava all'inizio i suoi articoli) scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, «organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna», e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del '42, quotidiano che per razzismo e fanatismo non era da meno e che fu diretto a partire dal 16 settembre del '43 proprio da Giorgio Pini.
Partecipò anche a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che «ha sempre stimato» e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio «dovere di gratitudine» (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998, p. 43), una di quelle «camicie nere ma teste libere» di cui serba affascinato ricordo (Id., Scusate, dimenticavo, BUR, Milano 1997, p. 12). L'Assalto - «giornale della federazione fascista, dove poi ognuno scriveva quello che voleva» (Id., Ero partito da Bologna piangendo, in Bologna incontri, XIII, 5, maggio 1982, p. 6) - si distinse sin dal luglio del '38 per la violenza della campagna antisemita, condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi e non solo - per esempio invocò con urgenza profetica un'«opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città dell'Italia settentrionale e centrale (Roma, dove ci sono ancora troppi ebrei, compresa)» (23 agosto 1941) - e dal giugno del '40 per il «tono forsennatamente fascista e bellicoso» (Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, p. 159).
Sul periodico Biagi si occupava di critica cinematografica e quando venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo nazifascista elogiò Süss, l'ebreo, film la cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza per le campagne di sterminio in Europa Orientale: «un cinema di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea», scriveva in implicita polemica con il cinema italiano, che non trovava altrettanto valido. E continuava: Süss, l'ebreo «ricorda certe vecchie efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono e il cattivo [...], trascina il pubblico all'entusiasmo», l'«ebreo Süss è posto a indicare una mentalità, un sistema e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili di una totalità. Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione: e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte» (4 ottobre 1941). Dopo l'8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il controllo nazista e proseguirono la lotta, compresa quella di sterminio contro le «caratteristiche inconfutabili di una totalità».
Furono, quelli, giorni e mesi decisivi, come sanno gli storici. Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del '44, continuando a svolgere compiti redazionali e a compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule staminali delle opere a venire. L'ultimo articolo apparve il 17 giugno su Settimana: Illustrato del «Resto del Carlino», insieme all'intervento, assai più autorevole, di un suo giovane collega, Giovanni Spadolini, che sfoderava una devastante critica del liberalismo, prima di inabissarsi nel refettorio di qualche convento in attesa di risorgere après le déluge liberaldemocratico in altra Repubblica. La caduta di Roma e lo sbarco in Normandia avevano illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell'esercito di Salò Enzo Marco preferì la montagna, come altri giornalisti, «la categoria che, più di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal regime, oltre che strapagata».
Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito statunitense: sempre à la page, il Biagi. Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli «anni di servilismo e di abiezione professionale e morale» (Onofri, op. cit., p. 264), non è dato sapere con certezza. Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore.
Pubblicato Settembre 5, 2007 10:52 PM
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/09/002364.html
Ringraziamo per la segnalazione l'anonimo post sul Forum di Ghetton:
http://www.ghetton.com/it/forum2/forum.php?action=view&topic=1194607126
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Kolòt-Voci - Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza
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"La memoria selettiva di Enzo Biagi"
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Nell'intervista concessa a Luciano Nigro in occasione dei festeggiamenti per il suo ottantasettesimo compleanno nella natia Pianaccio di Lizzano in Belvedere e pubblicata il 9 agosto scorso sull'edizione bolognese di Repubblica, Enzo Biagi racconta che «Giorgio Pini, cognato di un mio zio che si chiamava come me, incontrò Mussolini alla vigilia del gran consiglio che lo destituì», cioè poco prima del 24 luglio 1943. Nigro chiosa: «Lei in quei giorni scelse i partigiani». Biagi non fa una piega: «E mi trovai con gente di ogni classe...». Non è certo la prima volta che l'illustre giornalista glissa sui particolari, e crediamo sia giusto informare i lettori che non fu affatto «in quei giorni» che «scelse i partigiani», poiché qui le date contano e l'omissione non è innocente.
In virtù della parentela con il cugino Bruno Biagi - potente ras fascista, deputato dal '34, presidente della Commissione industria della Camera dei fasci e dell'Istituto nazionale fascista della previdenza sociale, poi sottosegretario alle Corporazioni -, Enzo Marco (così firmava all'inizio i suoi articoli) scriveva già diciassettenne sull'Avvenire d'Italia e su L'Assalto, «organo della federazione dei fasci di combattimento di Bologna», e in seguito su Il Resto del Carlino, dove divenne professionista nel giugno del '42, quotidiano che per razzismo e fanatismo non era da meno e che fu diretto a partire dal 16 settembre del '43 proprio da Giorgio Pini.
Partecipò anche a Primato, la rivista di Giuseppe Bottai, il ministro delle leggi razziali, che «ha sempre stimato» e nei confronti del quale ha pubblicamente confessato il proprio «dovere di gratitudine» (Enzo Biagi, Ma che tempi, Rizzoli, Milano 1998, p. 43), una di quelle «camicie nere ma teste libere» di cui serba affascinato ricordo (Id., Scusate, dimenticavo, BUR, Milano 1997, p. 12). L'Assalto - «giornale della federazione fascista, dove poi ognuno scriveva quello che voleva» (Id., Ero partito da Bologna piangendo, in Bologna incontri, XIII, 5, maggio 1982, p. 6) - si distinse sin dal luglio del '38 per la violenza della campagna antisemita, condotta settimanalmente sulla pelle degli ebrei bolognesi e non solo - per esempio invocò con urgenza profetica un'«opera di purificazione indispensabile specialmente nelle maggiori città dell'Italia settentrionale e centrale (Roma, dove ci sono ancora troppi ebrei, compresa)» (23 agosto 1941) - e dal giugno del '40 per il «tono forsennatamente fascista e bellicoso» (Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, p. 159).
Sul periodico Biagi si occupava di critica cinematografica e quando venne il suo turno di fornire un diretto contributo al razzismo nazifascista elogiò Süss, l'ebreo, film la cui visione Himmler impose alla Wehrmacht e alle SS in partenza per le campagne di sterminio in Europa Orientale: «un cinema di propaganda. Ma una propaganda che non esclude l'arte - che è posta al servizio dell'idea», scriveva in implicita polemica con il cinema italiano, che non trovava altrettanto valido. E continuava: Süss, l'ebreo «ricorda certe vecchie efficaci e morali produzioni imperniate sul contrasto tra il buono e il cattivo [...], trascina il pubblico all'entusiasmo», l'«ebreo Süss è posto a indicare una mentalità, un sistema e una morale: va oltre il limite del particolare, per assumere il valore di simbolo, per esprimere le caratteristiche inconfutabili di una totalità. Poiché l'opera è umana e razionale incontra l'approvazione: e raggiunge lo scopo: molta gente apprende che cosa è l'ebraismo, e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte» (4 ottobre 1941). Dopo l'8 settembre, i giornali bolognesi passarono sotto il controllo nazista e proseguirono la lotta, compresa quella di sterminio contro le «caratteristiche inconfutabili di una totalità».
Furono, quelli, giorni e mesi decisivi, come sanno gli storici. Biagi rimase al servizio della causa repubblichina fino alla tarda primavera del '44, continuando a svolgere compiti redazionali e a compilare le sue scialbe schedine cinematografiche, cellule staminali delle opere a venire. L'ultimo articolo apparve il 17 giugno su Settimana: Illustrato del «Resto del Carlino», insieme all'intervento, assai più autorevole, di un suo giovane collega, Giovanni Spadolini, che sfoderava una devastante critica del liberalismo, prima di inabissarsi nel refettorio di qualche convento in attesa di risorgere après le déluge liberaldemocratico in altra Repubblica. La caduta di Roma e lo sbarco in Normandia avevano illuminato definitivamente il futuro, e quando giunse, non più aggirabile, la chiamata alle armi nell'esercito di Salò Enzo Marco preferì la montagna, come altri giornalisti, «la categoria che, più di ogni altra, era stata curata, selezionata, vezzeggiata dal regime, oltre che strapagata».
Tornò a Bologna dieci mesi dopo, con indosso una divisa dell'esercito statunitense: sempre à la page, il Biagi. Se riscattò con la sua tardiva conversione quegli «anni di servilismo e di abiezione professionale e morale» (Onofri, op. cit., p. 264), non è dato sapere con certezza. Forse. Ciò che invece è sicuro è che fu complice attivo e non accidentale delle nefandezze del fascismo: poteva scegliere e lo fece. Non era il solo? non è un alibi, come ammonisce Hannah Arendt. Era giovane? Non abbastanza: aveva l'età di Piero Gobetti quando fu bastonato a morte e delle decine di migliaia di connazionali che il regime mandò a uccidere e morire mentre lui si assicurava i dividendi di spettanza. E se l'Asse avesse vinto la guerra, che gli sarebbe successo? Be', questo è facile: Auschwitz o no, avrebbe percorso la sua brillante carriera, come poi ha fatto. All'ombra del potere in fiore.
Pubblicato Settembre 5, 2007 10:52 PM
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Storia di una donna di frontiera 01-09-03
Sono una donna di frontiera. Nata a Trieste, vissuta per trent'anni a Bolzano, attualmente risiedo in Israele dove spero di vivere la mia vita lasciando una traccia delle mie esperienze.Bambina, ero a Trieste quando la citta' ritorno' all'Italia e ricordo tutto.
Ricordo le manifestazioni, tutti vestiti di bianco-rosso-verde; ricordo il mio foulard-bandiera che sventolavo per le strade.
Ricordo mio fratello maggiore che andava a manifestare contro gli inglesi.
Ricordo Pierino Addobbati colpito a morte, quasi bambino, dai titini mentre manifestava per l'italianita' di Trieste.
Per anni il suo banco al Liceo Dante Alighieri e' rimasto vuoto, coperto da un mazzo di fiori.
Ricordo gli slavi che urlavano "Trst je' nas", Trieste e' nostra!
La guerriglia per le strade e infine l'arrivo dei Bersaglieri che correvano al suono della loro canzone accolti dalla popolazione in delirio: "W Trieste Italiana! W Trieste italiana".
Che tempi!
Ricordo infine i profughi italiani di Istria e Dalmazia, poveri e senza niente, accolti come fratelli e subito integrati al resto della popolazione.
A Bolzano ho vissuto gli anni della "guerra dei tralicci" e dei Carabinieri uccisi dal tritolo. Una guerra civile tra cittadini dello stesso Stato ma non della stessa Patria.
Ho vissuto la difficile convivenza fra i gruppi linguistici, la discriminazione del gruppo italiano rispetto a quello di lingua tedesca.
Ho visto i bambini delle scuole divisi da reti di protezione (era un muro invisibile ma insormontabile) perche' non giocassero insieme, piccoli italiani e piccoli tedeschi. Dovevano essere solo bambini invece gli uni erano "walsche" e gli altri erano "crucchi".
Conoscere entrambe le lingue e' sempre stato fondamentale in Alto Adige sia per la convivenza che per la vita sociale visto che, tuttora, chiunque cerchi lavoro deve superare un severo esame di bilinguismo.
Pero' per imparare le lingue e il rispetto dell'altro bisogna lasciare che i bambini vivano insieme e giochino insieme e tutto questo era severamente vietato, vietato per legge!
Convinta dell'importanza della convivenza e dell'educazione che, in tal senso, doveva essere data ai bambini, quando mio figlio compi' tre anni lo presi per mano e andai con lui in un bel asilo tedesco vicino a casa con l'intenzione di iscriverlo, fummo ricevuti dalla direttrice che mi chiese subito, sorridendo gentilmente:
"Di che madrelingua siete?"
Risposi: "Io sono italiana, mia madre e' greca, mio padre e' istriano, mia nonna e' mezza greca, mezza polacca e anche un po' spagnola, a casa mia ho sentito parlare molte lingue. Faccia lei".
Naturalmente, per preservare la salute mentale della direttrice, non aggiunsi che oltre a tutti quei difetti eravamo anche ebrei.
Conclusione: Aaron non fu accettato e fu una fortuna perche' non so che vita avrebbe avuto in quel asilo un bambino di dubbia madrelingua e di origini cosi' poco pure.
Lo iscrissi in un comunissimo asilo italiano e diedi subito vita a una protesta perche' la lingua tedesca fosse insegnata a partire dai tre anni.
Insieme ad altri genitori iniziai l'occupazione dell'asilo e assumemmo a nostre spese le maestre di tedesco per i nostri figli. Scandalo cittadino, finimmo sui giornali ma fecemmo scuola e altri seguirono il nostro esempio col risultato che l'anno seguente il tedesco, pur se facoltativo, fu introdotto nella scuola materna. Grande vittoria anche se ormai ero conosciuta un po' dovunque col titolo di "strarompi".
Il disagio degli italiani di Bolzano era palpabile, la discriminazione era molto sentita e rifiutata, a volte con odio e rabbia e altre con la tentata assimilazione di coloro che fingevano di sentirsi tedeschi nella speranza di ottenere lavoro e magari, se andava bene, il diritto di frequentare l'universita' a Innsbruck.
Alla fine delle loro fatiche sbattevano comunque il muso perche' scoprivano che, nonostante i loro giuramenti di fedelta' al popolo tirolese, e, in alcuni casi, le dichiarazioni fasulle al censimento (Sei di madrelingua italiana? NO
sei di madrelingua tedesca? SI), vivere a Innsbruck era semplice e gratuito solo per gli studenti la cui madrelingua tedesca fosse assolutamente certa e il loro sangue puro.
Queste cose in Italia non si sapevano, forse ancora oggi sono sconosciute ai piu' e in Alto Adige-Suedtirol si ricordano ancora i terroristi come eroi combattenti per la liberta', con tanto di parate paramilitari e bandiere biancorosse con l'aquila a due teste.
Tanto per gradire alcuni Shuetzen portano orgogliosamente sul petto medaglie naziste.
Ed ora eccomi qui, in Israele.
Dai Paesi di frontiera al Paese da eliminare.
Israele ha avuto anche i suoi profughi, ebrei arrivati dai paesi arabi, e li ha accolti come fratelli e integrati al resto della popolazione.
Gli arabi hanno avuto anche i loro profughi, arabi-palestinesi usciti da Israele in guerra. Li hanno chiusi in campi recintati e li hanno lasciati marcire nella miseria e nell'odio, scelta rivelatasi lungimirante per mantenere nella regione confusione, guerra e violenza.
I profughi palestinesi sono gli unici al mondo che possono usare il diritto di profugo per ereditarieta': profughi i nonni, i genitori, i nipoti, i bisnipoti fino a chissa' quale generazione. Chi lo decidera'? L'eliminazione di Israele?
Dei 135 milioni di profughi delle guerre degli ultimi 60 anni solo i palestinesi pretendono il diritto assurdo di ritornare alle case d'origine di nonni e bisnonni e ormai scomparse.
Per ottenere quello che vogliono si dedicano al terrorismo. Negli ultimi anni si sono molto raffinati, non avendo niente di meglio da fare perche' mantenuti dall'URNWA, e hanno inventato il terrorismo suicida per coinvolgere nella loro morte vigliacca e crudele il maggior numero di bambini, donne e civili israeliani.
Chissa', se i profughi italiani dell'Istria fossero andati a far saltare autobus a Belgrado forse avrei potuto riavere la casa di Capodistria...sporca di sangue innocente.
I profughi istriani hanno ricevuto dopo 30 anni un po' di soldi. Zitti e mosca.
E zitti sono rimasti e hanno lavorato e si sono creati una vita in Italia o altrove, gente laboriosa e pacifica che oggi va a passare le vacanze al mare, il piu' vicino possibile alla casa perduta.
I profughi palestinesi continuano la loro vita di odio e miseria, continuano a seminare morte e terrore, continuano a urlare che torneranno e ci butteranno a mare.
Quando la Palestina fu divisa in due, una parte, Israele, per gli ebrei e l'altra, la Giordania, per gli arabi, il discorso era chiaro qui come lo era stato in altre parti del mondo dove era avvenuta una divisione e un passaggio di territori e popolazioni da una nazione ad un'altra.
Si, il discorso era chiaro ma nessuno aveva fatto i conti con l'intransigenza araba che non poteva accettare in Medio Oriente una nazione democratica e non islamica e non aveva fatto i conti nemmeno con le simpatie naziste delle nazioni arabe che rifiutavano la creazione di un stato ebraico.
Oggi, dopo 60 anni, i giornalisti buonisti vengono a raccontarci le storielle patetiche delle chiavi delle case che i vecchi palestinesi conservano.
Bene, le conservino, esattamente come io conservo per ricordo le chiavi della casa avita di Capodistria, oggi Slovenia, tanti anni fa Italia.
Cosi' va il mondo, poi e' solo questione di civilta'.
C'e' chi ce l'ha e c'e' chi non ce l'ha.
Deborah Fait
venerdì 2 novembre 2007
Rav Luzzato, la riforma e l'ebraismo oggi
La critica di Rav Luzzato riportata sotto é credibile. È comprensibile la sua preoccupazione per una nuova ondata di lassismo che rischia di mietere vittime e ha orgine dal cuore del mondo ebraico, dalla intellighenzia ebraica in europea. D'altronde il motivo della distruzione del tempio non é stata proprio per odio intra comunitario e abbandono della tradizione? Cosa puó verificarsi di piú terribile se non l'auto-distruzione del popolo ebraico, la lenta agonia dovuta al suo allontanarsi dalla Legge.
Mettendo da parte le origini della "riforma ebraica" che hanno dipeso dal contesto storico-sociale europeo e quello culturale della regione in cui é nata (la Germania protestante), la critica di Rav Luzzato non puó divenire la foglia di fico del mondo ebraico Italiano. Rav Luzzato infatti é chiaro :"Il vostro esempio formerà a religione ed a virtù le vostre famiglie e i figli vostri, i quali renderanno beata la vostra vita e la canizie vostra, e voi con lieto cuore benedirete il Dio, che vi elesse e che ci diede la sua legge." Rav Luzzato chiede di dare esempio. Il popolo ebraico ricevette la legge per dare esempio e servire D-O, queste circostanze lo fecero goy qadosh. La Qedushá del popolo risiede nel servire D-O e l'unico modo che l'ebreo ha per servire D-O é tramite le Mitzvot. Quella lunga lista di obblighi e proibizioni che scandiscono la nostra giornata. Ed ecco che la foglia di fico si libra al soffio del vento che spira dalle viscere della societá occidentale odierna con le sue comoditá e le sue tentazioni. Ed ecco che la vergogna di buona parte di coloro che usano le grandi parole del Rabbino si fa evidente e grossolana quanto la loro ipocrisia. L'ebraismo é in crisi, é in crisi perché l'ebreo dimentica le sue radici e le implicazioni della sua qedushá. L'ebreo dimentica lo shabat, l'ebreo dimentica i suoi obblighi e le sue responsabilitá. Ci si scandalizza perché un ramo del nostro popolo ha cambiato le regole del gioco e con questo ha mantenuto molti ebrei legati, anche se non saldamente, alla tradizione. Ci si scandalizza e si urla "vergogna" e lo si fa con il piede schiacciato sull'accelleratore, mentre di Shabat prendiamo la macchina per una scampagnata fuori cittá. Ci si scandalizza mentre l'ebraismo italiano é stato riposto nelle mani di Chabad con la sua visione messianica che in certi ambienti rasenta l'idolatria. Ci si scandalizza mentre abbiamo fatto della nostra religione qualcosa che sa di cristiano. Le sinagoghe si riempiono di Kippur e sono vuote di Shabat; la responsabilitá individuale della tradizione é stata consegnata ai nostri rabbini. Per questi motivi non possiamo usare le parole del grande rabbino Luzzato, per questi motivi l'ebraismo nella Golá rischia di dissolversi come un'aspirina in un bicchier d'acqua. Si, come Rav Di Segni ha notato, se si toglie al popolo ebraico la Quedushá delle mitzvot, rimane solo la parola Goy.
Il famoso rabbino italiano sul fenomeno che iniziava a prendere piede anche in Italia
La Riforma? Una "sconcissima" cosa
Shemuel David Luzzatto (Shadal) - 1800-1865
Cosa nuova non è abusare delle parole e colorare con bei nomi sconcissime cose (...).
Eccocene un funesto esempio. Alcuni Israeliti, bramosi di esonerarsi dalle pratiche religiose annesse al Giudaismo, e volendo fare con una specie di legalità, in guida da non avere ad essere riguardati quali empi trasgressori della Legge di Dio, mascherando il loro progetto, di totalmente abolire la Legge mosaica, sotto lo specioso nome di Riforma. Ma questo nome è egli adeguato al disegno di questi uomini?
Riformò Lutero la Chiesa, depurandola di varie credenze e di varie pratiche, che vi si erano nel corso de' secoli intruse, e restituendo il cristianesimo quale egli era, o quale egli credette che esso fosse, nei suoi primordi. Così tra noi i Caraiti hanno creduto riformare il Giudaismo, attenendosi scrupolosamente a ciò, che credettero essere il senso delle parole di Mosè. Ma con qual fronte osano chiamarsi Riformatori del Giudaismo uomini, i quali "rinunziano formalmente a tutti i riprovevoli esclusivi precetti e costumanze"? Il Giudaismo fu sin dalla sua origine una religione esclusiva. La famiglia d'Abramo si è sempre creduta un popolo eletto, una nazione di sacerdoti. l'Israeliti furono effettivamente i depositari di quelle sante dottrine, che, uscite dal loro grembo e propagatesi sulla faccia della terra, dissiparono le tenebre del mondo morale, e partorirono quel molto o poco di bene, di cui va superba la moderna civiltà, la quale è ancora ben lungi dalla sua perfezione, atteso l'elemento greco, che in essa è sempre in conflitto con l'elemento abramitico. In qualità di sacerdoti del genere umano, gl'Israeliti furono distinti con varie pratiche esclusive, le quali hanno potuto conservar loro un'esistenza, che conservare non seppero tante nazioni assai più forti e potenti. (...)
Il Giudaismo è quindi essenzialmente un sacerdozio, e per conseguenza una religione esclusiva, carica di pratiche esclusive. È bensì lo spirito del Giudaismo una religione, una moralità universale (...) Ma il giudaismo, come Sacerdozio, come depositario e come propagatore di questa Dottrina, è inseparabile da molte pratiche esclusive; e chi le abolisce non riforma, ma distrugge il Giudaismo. È libero ognuno di rinunziare a questo Sacerdozio, a questa religione esclusiva; chiunque vuole può dal ceto giudaico separarsi; ma volersi chiamare Israelita, e volersi esonerare da tutte le pratiche, che contraddistinguono l'Israelita, questa è una contraddizione. Né vale il fingere di limitare le leggi esclusive, che si vogliono abolire, coll'aggiunta dell'epiteto "riprovevoli", quando non si spiegano i caratteri, che render possono un atto riprovevole. E d'altra parte i fatti dimostrano che i partigiani di questa Società non hanno nulla di sacro, e rigettano la stessa circoncisione, che è già da 36 secoli precipua caratteristica degli Abramiti. (...)
Nel mentre che anche noi riconosciamo che l'attuale giudaismo contiene varie modificazioni ed aggiunte, dalla pietà e dalla profonda sapienza degli antichi Sinedrii portate nel Mosaismo, a seconda dei bisogni dei variati tempi e dietro le norme tradizionalmente tramandate dallo stesso Mosè; come pure varie dottrine intruse ne' bassi tempi sotto l'influenza d'una cultura straniera; crediamo ben diversa dalla nostra essere la "convinzione" di questi pretesi riformati, dopodiché essi dichiarano aver del tutto rinunziato all'odierno giudaismo (...).
Se il Giudaismo attuale comandasse azioni men che morali, o indirettamente conducesse ad una Morale rilasciata; o ispirasse sentimenti antisociali, ed antiumani, saremmo prontissimi anche noi a depurarlo o ad abiurarlo. Ma la santità della Morale giudaica è troppo nota; e noi (e chi no?) abbiamo conosciuto e conosciamo troppi esempi di uomini strettamente osservanti le leggi del giudaismo ed insieme modelli d'ogni più rara virtù sociale -- uomini, il cui numero va ogni giorno, col crescere dell'indifferentismo religioso, a grave danno della società, diminuendo?
Non esitiamo dunque di dare a quelli tra i nostri correligionarii, le cui convinzioni sono in discrepanza col giudaismo, il seguente consiglio:
Fratelli! abituate nuovamente le vostre mani all'esercizio delle avite costumanze; fatelo in onore dei vostri antenati, che per esse versarono il loro sangue; e, nel farlo, sperate di conseguirne quella contentezza, quell'interna soddisfazione, quella gioia, ch'essi ebbero in mezzo alle vessazioni, e di cui voi, in mezzo alla libertà, agli onori, ed ai piaceri, siete privi. Fatelo, e le vostre convinzioni a poco a poco si cangeranno, e voi comincerete a sentire i vantaggiosi frutti dei volontari sacrifizii; dai quali il vostro spirito acquisterà sempre crescente predominio sulla materia, e si alzerà dalla Morale mondana, basata sulla prudenza o sull'onore, guide ambedue spessissimo fallaci, alla celeste, basata sulla santa Provvidenza, la quale, tosto che comincerete a pensarvi, non mancherà di appalesarvisi, nei grandi avvenimenti e nei minimi, mostrandovi anzi come nulla cosa è piccola, ma le minime essere origine dalle massime.
Il vostro esempio formerà a religione ed a virtù le vostre famiglie e i figli vostri, i quali renderanno beata la vostra vita e la canizie vostra, e voi con lieto cuore benedirete il Dio, che vi elesse e che ci diede la sua legge. (source www.morasha.it)
Mettendo da parte le origini della "riforma ebraica" che hanno dipeso dal contesto storico-sociale europeo e quello culturale della regione in cui é nata (la Germania protestante), la critica di Rav Luzzato non puó divenire la foglia di fico del mondo ebraico Italiano. Rav Luzzato infatti é chiaro :"Il vostro esempio formerà a religione ed a virtù le vostre famiglie e i figli vostri, i quali renderanno beata la vostra vita e la canizie vostra, e voi con lieto cuore benedirete il Dio, che vi elesse e che ci diede la sua legge." Rav Luzzato chiede di dare esempio. Il popolo ebraico ricevette la legge per dare esempio e servire D-O, queste circostanze lo fecero goy qadosh. La Qedushá del popolo risiede nel servire D-O e l'unico modo che l'ebreo ha per servire D-O é tramite le Mitzvot. Quella lunga lista di obblighi e proibizioni che scandiscono la nostra giornata. Ed ecco che la foglia di fico si libra al soffio del vento che spira dalle viscere della societá occidentale odierna con le sue comoditá e le sue tentazioni. Ed ecco che la vergogna di buona parte di coloro che usano le grandi parole del Rabbino si fa evidente e grossolana quanto la loro ipocrisia. L'ebraismo é in crisi, é in crisi perché l'ebreo dimentica le sue radici e le implicazioni della sua qedushá. L'ebreo dimentica lo shabat, l'ebreo dimentica i suoi obblighi e le sue responsabilitá. Ci si scandalizza perché un ramo del nostro popolo ha cambiato le regole del gioco e con questo ha mantenuto molti ebrei legati, anche se non saldamente, alla tradizione. Ci si scandalizza e si urla "vergogna" e lo si fa con il piede schiacciato sull'accelleratore, mentre di Shabat prendiamo la macchina per una scampagnata fuori cittá. Ci si scandalizza mentre l'ebraismo italiano é stato riposto nelle mani di Chabad con la sua visione messianica che in certi ambienti rasenta l'idolatria. Ci si scandalizza mentre abbiamo fatto della nostra religione qualcosa che sa di cristiano. Le sinagoghe si riempiono di Kippur e sono vuote di Shabat; la responsabilitá individuale della tradizione é stata consegnata ai nostri rabbini. Per questi motivi non possiamo usare le parole del grande rabbino Luzzato, per questi motivi l'ebraismo nella Golá rischia di dissolversi come un'aspirina in un bicchier d'acqua. Si, come Rav Di Segni ha notato, se si toglie al popolo ebraico la Quedushá delle mitzvot, rimane solo la parola Goy.
Il famoso rabbino italiano sul fenomeno che iniziava a prendere piede anche in Italia
La Riforma? Una "sconcissima" cosa
Shemuel David Luzzatto (Shadal) - 1800-1865
Cosa nuova non è abusare delle parole e colorare con bei nomi sconcissime cose (...).
Eccocene un funesto esempio. Alcuni Israeliti, bramosi di esonerarsi dalle pratiche religiose annesse al Giudaismo, e volendo fare con una specie di legalità, in guida da non avere ad essere riguardati quali empi trasgressori della Legge di Dio, mascherando il loro progetto, di totalmente abolire la Legge mosaica, sotto lo specioso nome di Riforma. Ma questo nome è egli adeguato al disegno di questi uomini?
Riformò Lutero la Chiesa, depurandola di varie credenze e di varie pratiche, che vi si erano nel corso de' secoli intruse, e restituendo il cristianesimo quale egli era, o quale egli credette che esso fosse, nei suoi primordi. Così tra noi i Caraiti hanno creduto riformare il Giudaismo, attenendosi scrupolosamente a ciò, che credettero essere il senso delle parole di Mosè. Ma con qual fronte osano chiamarsi Riformatori del Giudaismo uomini, i quali "rinunziano formalmente a tutti i riprovevoli esclusivi precetti e costumanze"? Il Giudaismo fu sin dalla sua origine una religione esclusiva. La famiglia d'Abramo si è sempre creduta un popolo eletto, una nazione di sacerdoti. l'Israeliti furono effettivamente i depositari di quelle sante dottrine, che, uscite dal loro grembo e propagatesi sulla faccia della terra, dissiparono le tenebre del mondo morale, e partorirono quel molto o poco di bene, di cui va superba la moderna civiltà, la quale è ancora ben lungi dalla sua perfezione, atteso l'elemento greco, che in essa è sempre in conflitto con l'elemento abramitico. In qualità di sacerdoti del genere umano, gl'Israeliti furono distinti con varie pratiche esclusive, le quali hanno potuto conservar loro un'esistenza, che conservare non seppero tante nazioni assai più forti e potenti. (...)
Il Giudaismo è quindi essenzialmente un sacerdozio, e per conseguenza una religione esclusiva, carica di pratiche esclusive. È bensì lo spirito del Giudaismo una religione, una moralità universale (...) Ma il giudaismo, come Sacerdozio, come depositario e come propagatore di questa Dottrina, è inseparabile da molte pratiche esclusive; e chi le abolisce non riforma, ma distrugge il Giudaismo. È libero ognuno di rinunziare a questo Sacerdozio, a questa religione esclusiva; chiunque vuole può dal ceto giudaico separarsi; ma volersi chiamare Israelita, e volersi esonerare da tutte le pratiche, che contraddistinguono l'Israelita, questa è una contraddizione. Né vale il fingere di limitare le leggi esclusive, che si vogliono abolire, coll'aggiunta dell'epiteto "riprovevoli", quando non si spiegano i caratteri, che render possono un atto riprovevole. E d'altra parte i fatti dimostrano che i partigiani di questa Società non hanno nulla di sacro, e rigettano la stessa circoncisione, che è già da 36 secoli precipua caratteristica degli Abramiti. (...)
Nel mentre che anche noi riconosciamo che l'attuale giudaismo contiene varie modificazioni ed aggiunte, dalla pietà e dalla profonda sapienza degli antichi Sinedrii portate nel Mosaismo, a seconda dei bisogni dei variati tempi e dietro le norme tradizionalmente tramandate dallo stesso Mosè; come pure varie dottrine intruse ne' bassi tempi sotto l'influenza d'una cultura straniera; crediamo ben diversa dalla nostra essere la "convinzione" di questi pretesi riformati, dopodiché essi dichiarano aver del tutto rinunziato all'odierno giudaismo (...).
Se il Giudaismo attuale comandasse azioni men che morali, o indirettamente conducesse ad una Morale rilasciata; o ispirasse sentimenti antisociali, ed antiumani, saremmo prontissimi anche noi a depurarlo o ad abiurarlo. Ma la santità della Morale giudaica è troppo nota; e noi (e chi no?) abbiamo conosciuto e conosciamo troppi esempi di uomini strettamente osservanti le leggi del giudaismo ed insieme modelli d'ogni più rara virtù sociale -- uomini, il cui numero va ogni giorno, col crescere dell'indifferentismo religioso, a grave danno della società, diminuendo?
Non esitiamo dunque di dare a quelli tra i nostri correligionarii, le cui convinzioni sono in discrepanza col giudaismo, il seguente consiglio:
Fratelli! abituate nuovamente le vostre mani all'esercizio delle avite costumanze; fatelo in onore dei vostri antenati, che per esse versarono il loro sangue; e, nel farlo, sperate di conseguirne quella contentezza, quell'interna soddisfazione, quella gioia, ch'essi ebbero in mezzo alle vessazioni, e di cui voi, in mezzo alla libertà, agli onori, ed ai piaceri, siete privi. Fatelo, e le vostre convinzioni a poco a poco si cangeranno, e voi comincerete a sentire i vantaggiosi frutti dei volontari sacrifizii; dai quali il vostro spirito acquisterà sempre crescente predominio sulla materia, e si alzerà dalla Morale mondana, basata sulla prudenza o sull'onore, guide ambedue spessissimo fallaci, alla celeste, basata sulla santa Provvidenza, la quale, tosto che comincerete a pensarvi, non mancherà di appalesarvisi, nei grandi avvenimenti e nei minimi, mostrandovi anzi come nulla cosa è piccola, ma le minime essere origine dalle massime.
Il vostro esempio formerà a religione ed a virtù le vostre famiglie e i figli vostri, i quali renderanno beata la vostra vita e la canizie vostra, e voi con lieto cuore benedirete il Dio, che vi elesse e che ci diede la sua legge. (source www.morasha.it)
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